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Associazioni - Fondazioni e partita IVA

Aggiornato il: 5 apr 2018

I GIUSTI ADEMPIMENTI


Gli enti commerciali e le società, conseguono ricavi con operazioni che consistono nella cessione di beni o prestazioni di servizi e, pertanto, sono da ritenersi soggette all’imposta sul valore aggiunto, gli enti non commerciali e, in particolare, per le associazioni culturali/teatrali, musicali, ricreative sono soggette a tale imposta soltanto per le operazioni espressamente ritenute imponibili, derivanti da attività commerciali, ma comunque svolte in modo non occasionale o episodico.


Nelle associazioni culturali, ricreative, musicali comunque non commerciali in genere, non sono considerate commerciali quelle prestazioni di servizi effettuate nei riguardi dei soci, anche a fronte di corrispettivi, sempre se sia stato adeguato lo statuto ai principi contenuti dall’articolo 148 TUIR, D.Lgs. 460/1997, e le erogazioni liberali o i contributi versati all’ente da terzi senza controprestazione; Infine, non sono soggette ad iva le attività di ristoro e l’organizzazione di viaggi delle Associazioni di promozione sociale.


Sono considerate sempre di natura commerciale (e quindi soggette ad IVA) le seguenti operazioni messe in campo da una Associazione culturale:

la cessione di beni nuovi prodotti per la vendita;

la gestione di mense e la somministrazione in genere;

le esposizioni a carattere commerciale;

l’organizzazione di viaggi, soggiorni, prestazioni turistiche e alberghiere.


E’ vero che l'imposta sul valore aggiunto si applica sulle cessioni di beni e le prestazioni di servizi effettuate nell'esercizio di "impresa", si consideri però che, " l’esercizio di impresa è quello abituale ancorché non esclusivo, di attività commerciali o agricole di cui agli articoli 2134 e 2195 del codice civile, anche se non organizzate in forma d'impresa"; Prevale pertanto il campo di applicazione dell’imposta con riferimento all'abitualità ed alla professionalità nell'esercizio delle attività commerciali di un ente non commerciale; presupposti, questi, che come visto sopra sono indispensabili.

A tal fine si deve tenere ben conto che “abitualità” deve essere intesa non come numero di volte in cui l’attività viene svolta ma come programmazione, ripetitività e rilevanza economica della stessa.


Un'associazione culturale che organizza un calendario per una intera stagione teatrale, svolge attività commerciale perché, per quanto voglia farsi intendere che è rivolta ai soli soci, la stessa ha a monte tutta una organizzazione, programmazione, ripetitività e rilevanza economica.

Da parte sua l’Agenzia delle Entrate precisa che l’abitualità può sussistere allorquando sporadiche prestazioni annuali siano ripetute nel corso degli anni successivi, come, a titolo di esempio, il cenone di fine anno, o il carnevale per i soci tenuto conto anche della consistenza economica delle prestazioni stesse.

Quindi non sono tenuti all’apertura di partita IVA tutti quegli enti non commerciali che svolgono esclusivamente attività istituzionale e attività commerciale in maniera occasionale.

Ne consegue che il predetto concetto di professionalità e abitualità deve opportunamente essere valutato e verificato a seconda dei casi tenendo sempre ben presente l'attività principale svolta dall'associazione-fondazione e l'impegno profuso nello svolgimento di quelle che possono, astrattamente, essere considerate operazioni imponibili.


Vincenzo Fedele - Aziendalista, Analista di gestione e di finanza agevolata


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